Attraverso il finestrino di un ferry, la Statua della Libertà sembra più un’ombra che una promessa. Un simbolo sbiadito che si rifrange in mille vetri, mille vite, mille partenze.
Frank è su un traghetto, stringendo la giacca contro il vento salato. Lana lo ha appena mancato di pochi minuti, salita su un altro battello, un’altra corsa.
Non si sono mai visti, eppure si sfiorano nella stessa città, come due canzoni che suonano su frequenze diverse.


Una piccola mano regge un giocattolo, lo agita contro il vetro.
Il mondo adulto corre, mentre l’infanzia ancora tenta di fermare il tempo.
Mi chiedo: quando abbiamo smesso di credere che bastasse una cosa luminosa e semplice per essere felici?
Il ferry si allontana.
Attraverso un altro oblò, la skyline si disegna come una ferita aperta contro il cielo.
Dentro, silhouettes nere si raccontano senza parole: corpi stretti nella quotidianità, sogni appoggiati sui sedili vuoti.
Frank guarda il riflesso dell’acqua sporca mescolarsi al cielo.
Pensa a Lana, a una fotografia mai scattata.
Pensa che forse l’amore, come certe città, esiste solo quando non provi a catturarlo.


La luce si fa liquida, e anche la speranza sembra annacquarsi nell’oro e nel grigio.
Mi domando: è più forte la nostalgia per quello che non abbiamo avuto, o la paura di non riconoscerlo quando finalmente arriva?
Una campanella suona: attracco.
Un’altra scommessa. Un altro pezzo di New York che si lascia alle spalle.
Frank non sa che Lana, seduta dietro un vetro appannato a pochi metri da lui, sta scrivendo una canzone.
Non sa che ogni nota che lei sussurra silenziosa è anche per lui.
Non sa e, forse è proprio in questo non sapere che si cela tutta la poesia.
Fotografo. Immagino. Scrivo.
Perché a volte, le storie più vere sono quelle che nessuno riesce a vivere fino in fondo.